La sicurezza dell’Europa, oggi, non si gioca più soltanto sul terreno militare. Si gioca, sempre di più, sul piano tecnologico, industriale e digitale. È questo il cuore del messaggio lanciato da Mario Draghi nel suo recente rapporto sulla competitività europea: senza autonomia tecnologica, l’Unione è destinata a una progressiva marginalizzazione.
L’Europa sconta un ritardo evidente rispetto ai principali attori globali. Dipende dall’esterno per componenti essenziali come i semiconduttori, per le infrastrutture cloud, per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Questa dipendenza non è neutra: significa vulnerabilità economica, ma anche debolezza politica. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche crescenti, chi non controlla le tecnologie strategiche non è pienamente sovrano.
Per questo Draghi propone un cambio di scala: fino a 800 miliardi di euro l’anno di investimenti aggiuntivi, concentrati nei settori chiave della sicurezza tecnologica. Intelligenza artificiale, cybersicurezza, microelettronica, infrastrutture digitali ed energia diventano così i pilastri di una nuova politica industriale europea. Non si tratta di spesa pubblica improduttiva, ma di un investimento necessario per difendere la capacità dell’Europa di competere e decidere il proprio destino.
Ma le risorse, da sole, non bastano. Serve un salto politico. L’attuale frammentazione delle politiche industriali nazionali indebolisce l’Unione. Occorre passare a una vera strategia europea, con strumenti comuni, maggiore integrazione dei mercati dei capitali e un ruolo più incisivo delle istituzioni europee, a partire dalla Banca europea per gli investimenti. Anche il tema del debito comune (gli Eurobond) già sperimentato con il Next Generation EU, torna inevitabilmente al centro del dibattito.
In questo quadro, la sicurezza tecnologica non può essere ridotta a una questione di potenza. È necessario che sia anche un fattore di coesione, che la transizione digitale rafforzi il lavoro, riduca le disuguaglianze e valorizzi tutti i territori, a partire da quelli più fragili. L’innovazione deve essere uno strumento di inclusione, non un fattore di esclusione.
La sfida è chiara: o l’Europa investe per diventare protagonista della nuova rivoluzione tecnologica, oppure accetta un ruolo subordinato nello scenario globale. Non è una scelta tecnica, ma profondamente politica. Perché, oggi più che mai, sicurezza tecnologica significa libertà, democrazia e futuro europeo.





